Albert Einstein: chi era e perché lo adoriamo

Albert Einstein è l’icona della genialità e della creatività. E visto che stiamo per parlare di scienza, fai un esperimento. Entra in un bar e chiedi: qual’è stata la persona più intelligente della storia? Poi ripeti la stessa domanda a chi incontri per strada. Mi raccomando, ferma persone di qualunque età.
Siccome sono sicuro che non lo farai (e ti voglio anche risparmiare figuracce) ti dico già la risposta: Albert Einstein.

Uno che se la gioca con Leonardo da Vinci, in quanto a popolarità.

Tutto un giro di parole per dirti come questo premio Nobel della fisica sia entrato nell’immaginario collettivo. Matematica, fisica, teoria della relatività, elettroni, tutti argomenti di cui non parliamo volentieri durante un aperitivo, eppure lui ci è entrato nel cuore.

Albert Einstein tedesco, italiano, svizzero, americano

Se vai a Ulm, nel Baden-Württemberg, puoi vedere due cose (tra le altre): il duomo con il campanile più alto del mondo e il memoriale dedicato ad Albert Einstein, costruito nel luogo dove sorgeva la casa in cui è nato il 14 marzo 1879.

Da quel giorno di marzo non passa molto tempo che la famiglia Einstein decide di spostarsi a Monaco di Baviera. Qui Albert trascorre la sua infanzia e preoccupa i genitori facendo pensare che sia un po’ ritardato. A 3 anni non riesce ancora a parlare e ama starsene per i fatti suoi invece di giocare con gli altri. Poi le cose cambiano, anche se l’indole solitaria resta una costante della sua vita.

Dopo un breve periodo a Milano e Pavia, si sposta in Svizzera dove completa gli studi al Politecnico di Zurigo. Ed eccoci a uno dei miti sulla sua mediocrità scolastica, che da decenni fa credere a molti scansafatiche di essere dei geni incompresi. Sembra incredibile, ma uno dei padri della fisica moderna viene bocciato al suo primo tentativo di essere ammesso al Politecnico. E se è successo a lui, con il cervello che aveva… Ci si dimentica che il giovane Albert prova l’esame prima dell’età minima consentita e che ottiene risultati scarsi solo nelle prove umanistiche. Fin da bambino dimostra un talento eccezionale nella fisica e nella matematica.

Nel 1901 diventa cittadino svizzero, soprattutto per scampare il servizio militare. In quel periodo, non ottenendo un posto all’università (pare che il suo carattere non piacesse agli accademici) trova una sistemazione all’ufficio brevetti di Berna. Ed è un colpo di fortuna. Il tempo libero non gli manca e nel 1905, nel giro di 7 mesi, pubblica 6 articoli che cambiano la storia della fisica, tra cui la spiegazione dell’effetto fotoelettrico e le prime bozze della teoria della relatività. Hai presente l’equazione E=mc²?

Con questo botto scientifico ottiene una certa fama e una cattedra a Berna, e più tardi la direzione dell’Istituto di Fisica dell’Università di Berlino.

Con un premio Nobel già in bacheca (1921), si rifugia a Princeton nel 1933 per sfuggire alle persecuzioni antisemite dei nazisti. Il regime aveva messo una taglia sulla sua testa e tentato goffamente di screditare le sue teorie “ispirando” le opere di altri due premi Nobel, Philipp von Lenard e Johannes Stark.

Bambino (poco) speciale

Entriamo ancora nel mito. La leggenda vuole che a 4 anni resta folgorato per ore davanti a una bussola, però non lascia presagire a chissà quale intelligenza straordinaria. Come detto, gli esordi di Albert Einstein su questa terra non sono brillanti. Niente a che vedere con i bambini prodigio. Non parla fino a 3 anni, è introverso, probabilmente dislessico e fino a 9 anni non riesce a leggere. A chi lo circonda sembra solo un bambino di 4 anni un po’ tardo, imbambolato davanti a una bussola che il padre gli mette vicino al letto per distrarlo.

Albert Einstein bambino a 3 anni

Qualcuno ha intravisto in questo comportamento una leggera forma di autismo, oppure una sindrome di Asperger, passando così dal mito alla fantascienza trash.

Di vero c’è che a scuola Albert si sente a disagio. Non sopporta la disciplina militare a cui sono sottoposti gli alunni di quegli anni e si lancia in aspre polemiche con i suoi insegnanti. E non smetterà di farlo nemmeno nelle aule universitarie.

L’istruzione è ciò che resta dopo che uno ha dimenticato tutto quello che ha imparato a scuola.

– Albert Einstein –

Superata la prima infanzia, dalla carriera scolastica emerge con forza il suo intuito verso la matematica, la fisica e la geometria. In questo è un passo avanti a tutti, e le pagelle lo dimostrano chiaramente. L’idea che fosse un pessimo scolaro nasce probabilmente da un banale errore di uno dei suoi primi biografi.

E’ inutile negarlo, adoriamo le storie di chi parte piano, magari inciampa e poi sboccia in qualcosa di straordinario.

I segni della genialità

Un genio è visto come l’ultraterreno, qualcosa cioè che si manifesta a noi attraverso dei segni. Così ci vengono spesso presentate le menti eccezionali, alimentando una lunga lista di stereotipi sulla creatività e sull’assortimento di comportamenti bizzarri “necessari” per dimostrare di avere il patentino di creativo.

Albert Einstein è un bel tipo, per essere uno che frequenta le austere aule di Princeton. Non si pettina mai la chioma di lunghi capelli arruffati, fuma la sua pipa assorto e incurante di quello che gli succede attorno, non porta mai calze e veste abiti di taglie più grandi.

Al lavoro ha una scrivania ingombra di carte e appunti di ogni tipo, non ricorda il suo numero di telefono perché non vuole intasare la memoria con informazioni inutili e spesso lo si vede passeggiare da solo. Nel tempo libero adora suonare il violino, e gli riesce anche bene. Più volte si esibisce in pubblico per il semplice piacere di farlo.

Tutto questo non è sintomo di genialità, ma ci rende il suo genio più simpatico e umano. E’ anche così che si diventa un’icona pop.

Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso.

– Albert Einstein –

Fatto a modo suo

Nel 1913 non firma un manifesto a favore della guerra, quando invece molti scienziati tedeschi lo fanno con grande entusiasmo e insistono perché lo faccia anche lui. Come quando era a scuola, Albert Einstein non è il tipo a cui si dice cosa deve fare.

Le sue posizioni pubbliche verso il pacifismo sono un altro passo celebrato dalla mitologia collettiva. Rispetto ad altri studiosi che non misero mai la testa fuori dal loro laboratorio, lui disse chiaro e tondo cosa pensava.

Dobbiamo essere pronti a fare sacrifici eroici in favore della pace più di quanto facciamo di buon grado in favore della guerra. Non esiste dovere che io consideri più importante o al quale io tenga di più.

– Albert Einstein –

E’ anche vero che inizialmente è favorevole alla costruzione della bomba atomica per fermare l’avanzata di Hitler. Scrive direttamente a Roosevelt spiegando come l’energia nucleare possa diventare un ottimo ingrediente per le bombe. Il presidente americano lo ringrazia per il consiglio e chiama a raccolta gli scienziati che realizzano la super bomba pochi anno dopo.
Albert Einstein ha poi modo di pentirsi, e si dichiara più volte contrario ai test nucleari e al bombardamento atomico del Giappone.

Negli Stati Uniti prende anche le difese delle minoranze afro-americane, così come manifesta opinioni politiche controcorrente a quelle dominanti negli ambienti scientifici (era comunista?). E intanto l’FBI non lo perde mai di vista.

Le frasi di Albert Einstein

Uno scienziato ma anche un comunicatore eccezionale, a dispetto di un carattere introverso (lavorarci insieme, per alcuni colleghi, era come avere a che fare con un orso). Dai suoi scritti e dalle sue dichiarazioni escono parole memorabili che hanno un valore universale. Molti di noi lo conoscono proprio a partire dalle sue frasi celebri.

Sapeva esprimere in poche frasi concetti molto profondi, usando aforismi diventati ospiti fissi nei Power Point delle generazioni nate molti decenni dopo di lui. Non gli mancava nemmeno il senso dell’umorismo e sapeva bene quanto sia inutile prendersi troppo sul serio. Leggendo le sue frasi ci sembra di vederne il sorriso sornione.

Albert Einstein lingua

La memoria è l’intelligenza degli idioti.

– Albert Einstein –

Oppure:

Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti.
– Albert Einstein –

A proposito, questa foto è stata fatta durante la cerimonia per il suo 72esimo compleanno. Non voleva farsi fotografare e inaspettatamente Arthur Sasse scattò una delle immagini più viste del secolo scorso.

Una raccolta degli scritti più importanti di Einstein la trovi nel libro che lui stesso ha pubblicato nel 1934: Come io vedo il mondo.

Meglio in pubblico che in privato

Anche i miti hanno difetti e lati oscuri, come del resto tutti gli esseri umani. L’immagine pubblica di Albert Einstein contrasta infatti con le vicende private rese note dopo la sua morte.

Tanto si preoccupa della convivenza pacifica tra i popoli, quanto a casa sua regna un clima ostile. Diversi libri usciti negli ultimi anni ne fanno un ritratto privato a tinte fosche. Ce n’è abbastanza per renderne più opaca la mitologia, pur continuando a riconoscerne il genio creativo e l’importanza scientifica.

Un marito infedele e autoritario, che arriva a costringere la prima moglie Mileva Maric a obbedire a una specie di contratto che disciplina ogni comportamento. Dai divieti a qualunque forma di intimità, agli obblighi di cucina e bucato, fino all’ordine di abbandonare la stanza quando le veniva richiesto e di non avvicinarsi mai alla scrivania.

Mileva, compagna di studi ai tempi del Politecnico di Zurigo e poi sua assistente, non ne può più e lascia Berlino con i due figli. Viene sostituita con Elsa Löwenthal, cugina di primo grado e poi futura moglie di Albert Einstein.

Il problema irrisolto dei figli

Un matrimonio infelice quello con Mileva, in cui anche i figli ne pagano le conseguenze. Nel 1910 nasce Eduard, secondo figlio delle coppia, che dopo i vent’anni manifesta forti disagi psichici. Viene poi ricoverato in un ospedale psichiatrico di Zurigo, da cui non esce quasi mai e dove muore nel 1965. Albert Einstein va a trovarlo una volta soltanto, nel 1933, prima di salpare per gli Stati Uniti con la nuova moglie Elsa.

Sempre Eduard scopre dal fratello, Hans Albert (ingegnere di successo emigrato anche lui in USA), che suo padre e sua madre ebbero una figlia quando erano studenti, e che decisero di non tenerla con loro. Gli storici si interrogano da tempo sulla fine della bambina, probabilmente adottata oppure morta di scarlattina.

Questo è forse l’angolo più buio della vita dello scienziato più acclamato della storia. A proposito di Eduard, scrive “Mio figlio è l’unico problema che rimane senza soluzione“.

Un cervello straordinario

1,2 chilogrammi non ti lasciano a bocca aperta, sono il peso di qualunque altro cervello umano. Anzi, molti arrivano anche sui 1,5 kg. Vista così la materia grigia di Einstein non sembra niente di speciale, deve aver pensato Thomas Harvey, il patologo che fece l’autopsia dello scienziato il 18 aprile del 1955.

Da solo, in una stanza dell’ospedale di Princeton, Thomas Harvey scatta qualche foto e poi gli viene in mente una bischerata stile Amici miei: prende il cervello di Einstein e se lo porta a casa sua in un barattolo.

Il suo sogno non era certo avere il cervello di Albert Einstein come soprammobile in salotto, quelle cose di cui ti vanti quando hai ospiti a cena. Voleva piuttosto scoprire dove risiedeva la genialità del famoso premio Nobel. Nei giorni successivi ne seziona la materia grigia in 240 parti che poi invia a diversi ricercatori negli Stati Uniti. E aspetta i risultati per molto tempo, senza successo, conservando quello che resta del cervello nel suo ufficio.

Nel 1978 un giovane giornalista di nome Steven Levy fa luce sull’intera faccenda, incontrando Thomas Harvey 20 anni dopo il fattaccio. L’improvvisa notorietà, e il clamore suscitato dalla storia, dà nuova linfa agli studi sul cervello di Einstein. Alla morte del patologo, il cervello viene restituito all’Università di Princeton e si procede con nuove analisi.

Risultato:
le regioni dell’area sinistra del cervello (acquisizione di input sensoriali) di Albert Einstein sono più grandi del normale, così come la corteccia prefrontale (sede di abilità come la pianificazione e l’attenzione).

Attenzione però a trarre conclusioni affrettate. Dean Falk, studioso che ha condotto queste ultime ricerche, si domanda se il padre della fisica sia già nato con queste caratteristiche oppure se le abbia sviluppate in anni di studi e ragionamenti complessi. Nessuno, ad oggi, può dirlo. Entrambe le cose, probabilmente, si sono incrociate dando vita a un’intelligenza supersonica.

Cosa ci resta di Albert Einstein

Continuiamo a parlarne dopo oltre 60 anni dalla morte. La fisica moderna si regge ancora sulle sue scoperte e sulle sue teorie innovative, di cui recentemente si è tornati a discutere sui giornali con la conferma dell’esistenza della onde gravitazionali.


Qui puoi vedere diversi filmati e interviste originali di Albert Einstein.

Ma la sua popolarità non deriva solo da questo. Altri scienziati altrettanto straordinari non sono di dominio comune, e nessuno si sognerebbe di pronunciare il loro nome in un bar di provincia.

Il mito nasce anche dalla filosofia di vita che ha espresso nelle sue parole e nei suoi gesti, toccando con grande eleganza intellettuale temi spinosi come la politica, la guerra e la religione. Le frasi di Albert Einstein sono entrate nella storia, ma anche questo non sembra sufficiente a spiegarne la grande popolarità.

Un ruolo, difficile da stimare, lo hanno anche i suoi lunghi capelli arruffati, l’atteggiamento ironico e tutti gli altri stereotipi di genialità “riconoscibili” anche dalle persone comuni (e che magari detestano la matematica). Banalizzando, è il genio che tutti vorremmo come amico.

Come ogni mito, anche qui esistono aneddoti completamente inventati. Uno su tutti è molto famoso, e gli ha tributato più simpatia di qualunque equazione matematica. Alla voce “razza”, stampata sulla domanda di ingresso negli Stati Uniti, si dice che abbia risposto “umana”. Non è mai successo. Sarebbe stato da applausi, e ci piacerebbe che molti di noi avessero il coraggio di fare un gesto del genere, ma sono solo dicerie che alimentano il mito di un uomo comunque fuori dal comune.

 

Photo credit immagine di copertina: Basel-9901.jpg by Oliver Jenny.


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Commenti (4)

  1. Elena R. giugno 15, 2016
    • Alessandro giugno 15, 2016
  2. sdv maggio 26, 2017
    • Alessandro maggio 27, 2017

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