Come fanno le aziende innovative a restare innovative

Si fa presto a dire aziende innovative. Volendo, ci si mette solo mezzo secondo in più che a dire soltanto “innovazione”. Sarà per questo che entrambi i termini vengono usati un po’ dappertutto e circolano con disinvoltura negli uffici, negli studi televisivi, nelle redazioni dei giornali, nelle chiacchiere da bar.

Poi ti guardi intorno e vedi che si continuano a fare le cose come si è sempre fatto. Motivo? Non ci si improvvisa innovatori e, soprattutto, l’innovazione assomiglia a uno stato fluido in rapida evoluzione. Costa fatica e risorse. Quello che è innovativo oggi, non lo è domani. Le novità invecchiano in fretta, non si tratta di azzeccare la combinazione giusta e poi si è a posto per tutta la vita.

Le aziende sono innovative quando, dopo un passato-presente di innovazione, si preoccupano di restarlo anche in futuro. Dunque, come fanno?

Le aziende innovative hanno bisogno di persone innovative

Per arrivare a soluzioni innovative, servono persone innovative. Facile, no? Se un’azienda assume profili troppo omogenei, o favorisce gli yes men, ottiene proprio quello che cerca: l’immobilismo, dove tutti la pensano allo stesso modo.

Oggi, sempre meno organizzazioni se lo possono permettere. Così si corre ai ripari, ma nessun miracolo avviene dopo che l’esercito dei cloni viene instradato verso un seminario sulla creatività e l’innovazione. Servono tempo e investimenti organizzativi per superare l’inerzia che nei fatti viene stimolata in azienda.

Sarebbe meglio pensarci prima. Per questo, le aziende innovative credono nella diversità e assumono persone innovative.

Le aziende innovative aiutano le persone innovative

Le risorse umane sono il patrimonio più importante di un’impresa, e non è solo una bella frase de mettere sul sito aziendale.

La distanza tra quello che si promette e quello che si fa effettivamente in azienda è spesso vissuto dai collaboratori con rassegnazione. Ci si adegua, dando seguito solo ai comportamenti che vengono realmente incentivati dai superiori. E questo può essere un grosso ostacolo alla creatività, da risolvere molto prima di lanciarsi in nuovi progetti aziendali.

L’innovazione non è mai arrivata attraverso la burocrazia e la gerarchia. È sempre arrivata attraverso gli individui.

– John Sculley –

Le persone, tra cui quelle innovative, una volta assunte vanno messe in condizione di dare un contributo concreto. Hanno bisogno di appoggio, di motivazione, di formazione e della concessione più importante: la libertà di sbagliare e di prendersi dei rischi. Anche le aziende innovative prendono cantonate, forse molto più spesso delle altre. Ma è così, fallendo spesso, che nascono prodotti e servizi fuori dagli standard.

C’è poi la necessità di governare la creatività. Non serve essere i più innovativi di tutti per coordinare un gruppo di innovatori, ma è un ruolo che richiede abilità precise. Non bisogna soffocare i talenti (o entrare in competizione con loro), ma nemmeno lasciarli liberi di fare quello che vogliono. L’innovazione va guidata verso degli obiettivi utili per il successo dell’azienda.

Le aziende innovative hanno una cultura dell’innovazione

Il segreto di aziende come Google è avere dentro di sé la cultura e le competenze per gestire e promuovere l’innovazione. Non è un qualcosa che viene instillato a forza in un nucleo di abitudini consolidate e votate all’immobilismo. Fa parte del DNA dell’organizzazione e non riguarda solo l’ufficio Ricerca e Sviluppo. Chiunque può avere un’idea e chiunque sarà premiato per il suo impegno.

E’ però necessaria una struttura organizzativa che riesca a incanalare le idee e le risorse creative, selezionandole e portandole fino alla piena realizzazione. Tutto questo, valutando rischi e opportunità. Per farlo, servono manager competenti e autorevoli (forse è inutile dirlo, ma autorevoli non è un sinonimo di autoritari).

Cultura dell’innovazione, inoltre, significa anche saper riconoscere dove può essere applicata un’idea. Non per forza a un nuovo prodotto, a volta basta una piccola modifica a un’abitudine organizzativa per ottenere grandi risultati.

La aziende innovative lasciano il tempo per pensare

Le idee migliori, apparentemente, nascono mentre ti fai la doccia, guidi o passeggi al parco (in realtà questa è solo l’illuminazione, c’è poi tutto un processo sommerso). Bene, se però hai giornate fitte di impegni, scordati che in cinque minuti arriva il colpo di genio. Serve il tempo per pensare, altrimenti ti fermerai alla prima idea che ti salta in mente. E, di solito, si tratta di una banalità.

Alcune aziende lo sanno e concedono del tempo libero ai collaboratori per pensare (ad esempio, a un miglioramento di un prodotto/processo esistente oppure a nuove proposte). Da soli o in gruppo. Un giorno al mese, 2 ore alla settimana, 200 ore all’anno, non esiste una soluzione migliore di un’altra.

Un esempio noto è quello di Google. Mutuando l’idea da 3M, usa (o forse usava) la regola del 20%. In teoria, ogni dipendente può concedersi il 20% del tempo lavorativo per dedicarsi a progetti diversi da quelli in cui è coinvolto. Niente male, vero? Sembra però che sia stata trasformata nella regola del 120%, cioè finita la giornata di lavoro si può fare il resto (e così non sembra funzionare).

Ad ogni modo, quello che conta è motivare le persone a prendere sul serio questa possibilità. Guai a trasformarla in uno slogan oppure, peggio, in un obbligo a innovare. Il rischio è introdurre una regola per vantarsi di essere un’azienda innovativa, senza che le persone siano realmente motivate a creare qualcosa di nuovo. Forzare le cose serve a poco. I collaboratori devono sperimentare spontaneamente e, non meno importante, devono essere incentivati e premiati quando hanno buone idee. Anche questo passa dalla cultura aziendale dell’innovazione.

Le aziende innovative amano la varietà

Settimane lavorative dove si fanno sempre le stesse cose, a contatto con le stesse persone, deresponsabilizzati, in un ciclo infinito mese dopo mese, non aiutano certo la creatività. Forse l’efficienza, ma non è detto.

Se è vero che la routine può essere migliorata, non sempre può essere stravolta. Trasformare il lavoro in un gioco è una bella idea, ma non sempre è applicabile. Il lavoro brutto-sporco-cattivo qualcuno dovrà pur farlo.

Tuttavia, con un approccio simile alla regola del tempo libero di cui sopra, alcune aziende cercano di coinvolgere i dipendenti affidando loro progetti “speciali” di cui hanno piena responsabilità. Questo comporta dei rischi, ovviamente. Tempo perso, innanzitutto. Ma anche delle opportunità, come ottenere grande motivazione e soluzioni dirompenti dai propri collaboratori.

Le aziende innovative vogliono l’innovazione

Questo è forse il requisito più importante: la spinta a innovare. Crederci sul serio e creare le giuste condizioni. Molte aziende, invece, non ne vogliono sapere di innovazione. Non ne vedono l’utilità nel breve periodo, oppure non sanno da che parte iniziare. Nei momenti di massima ispirazione arrivano a compromessi del tipo “innoviamoci, ma basta che costi poco”, fermandosi sulla soglia delle dichiarazioni da comunicato stampa.

Oggi però è dannatamente fuori moda rifiutarsi di essere innovativi. Così nelle pubblicità, nei convegni, nei siti aziendali, nelle offerte di lavoro, è forte il richiamo al mantra dell’innovare. Stando a quello che si legge, o si sente, dovremmo essere circondati da aziende innovative. E invece…

Le aziende innovative: quali sono le migliori?

Esistono molti criteri di classificazione ed è difficile stabilire chi detenga il primato mondiale nell’innovazione. Se ti stai domandando quali siano le aziende più innovative del 2016, ecco un paio di classifiche molto interessanti.

  • La prima è a cura di Fast Company, magazine di culto nel mondo dell’imprenditoria: The Most Innovative Companies of 2016.
  • La seconda è stilata dalla MIT Technology Review, rivista fondata nel 1899 nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology. Qui trovi elencate le aziende più “smart”, cioè quelle che combinano meglio l’innovazione tecnologica con un modello di business efficace: 50 Smartest Companies 2016.

Foto di Andrés Nieto Porras.


Condividi (?)

Lascia un commento