Cosa possiamo imparare dalle startup

Economia, politica, marketing, industria, tutti insomma, guardano alle startup come a un modello che trasforma le idee in innovazione concreta. E, in effetti, si può trarre grande ispirazione.

Avrai però notato che, parlando di startup, spesso si evoca un mondo super accelerato di intuizioni geniali e salti in avanti nella tecnologia. In realtà non è sempre questo il fenotipo della startup di successo, ma a molti non importa. Chi poi non si interessa di startup, ancor di più immagina quella roba lì: storie di giovani nerd che cambiano il mondo e da un tavolo in cantina si trovano catapultati alla guida di aziende milionarie. Grattando un po’ la superficie di queste “narrazioni”, ci si rende conto che siamo nel campo degli stereotipi e degli slogan. Carini, per carità. Si tratta, però, di semplificazioni della realtà trasformate in storie accattivanti.

Tenendo conto di questo, ci sono molte cose che si possono imparare dal mondo delle startup. Spunti di riflessione che valgono per le grandi aziende, per le PMI, ma credo anche per chiunque voglia sviluppare un’idea (artistica, imprenditoriale, scientifica, quello che ti pare e piace).

Come risolvere un problema

Una startup, come qualunque altra impresa che voglia sopravvivere, deve risolvere un problema concreto. Un piccolo business nascente, però, ha la necessità di focalizzarsi su qualcosa di molto specifico. Non ha le risorse (economiche e di personale) delle aziende strutturate e tende a identificarsi con il problema che risolve. Non solo. Ha la necessità di raccogliere investimenti e il consenso del mercato.

Non avendo ancora un brand affermato, inoltre, fatica a ottenere attenzioni. Le occasioni di visibilità si contano sulle dita di una mano e bisogna essere convincenti per far percepire la forza della propria soluzione. Hai presente l’elevator pitch (un discorso di pochi minuti per presentare un’idea)? Uno strumento che ti consiglio di ripassare.

Questa condizione di scarsità, spinge un meccanismo che potremmo chiamare “fare di necessità virtù”. Un obbligo, cioè, a focalizzarsi su soluzioni innovative, semplici e utili. Il superfluo deve essere eliminato. Ed ecco che nasce la ricetta magica che crea valore per investitori e consumatori. Questo non significa che le risorse non siano importanti. Servono, eccome. Un palazzo non lo si può costruire usando scatoloni di cartone. Tuttavia, troppa abbondanza può trasformarsi in un ostacolo. Conosci la storia di Davide e Golia?

Come distinguersi dagli altri

Questo punto si lega al precedente. Una startup innovativa, di solito, sposta i confini un po’ più in là rispetto al mercato. Altrimenti, perché dovrebbe esistere? Innovazione, però, non significa soltanto fare qualcosa di nuovo in assoluto. Anzi, molto più spesso di quello che si creda, si tratta di fare meglio qualcosa che già esiste. Ad esempio, usando una nuova tecnologia oppure una nuova logica produttiva. Anche rendere un processo più efficiente, o più qualitativo, è già innovazione.

Per riuscire in questo obiettivo è necessario allargare il proprio sguardo, prendendo spunto da quello che succede in altri settori, oppure coinvolgendo nuove professionalità. Faccio un esempio noto a tutti. Oggi sembra scontato che un computer abbia un design riconoscibile e accattivante. Lo era molto meno quando Apple ha iniziato a percorrere questa strada.

Come avere un’anima

Per distinguersi dagli altri, è anche necessario avere un’identità e dei valori condivisi. Fin qui niente di innovativo, giusto? Quante volte l’hai sentita questa storia dei valori?

Tony Hsieh, CEO di Zappos, parlando di cultura aziendale ci ricorda cheMolte aziende hanno dei valori di riferimento, ma non si impegnano davvero a rispettarli. Di solito suonano più come qualcosa che hai letto in un comunicato stampa. Magari li hai imparati nel tuo primo giorno di orientamento in azienda, ma dopo sono giusto una targa senza significato appesa all’ingresso.

Molte startup hanno costruito il loro successo proprio grazie a una cultura aziendale originale e ben definita, vissuta giorno per giorno da ogni singolo collaboratore. L’appiattimento, invece, verso uno standard aziendale anonimo può togliere motivazione e creatività alle persone.

Come restare agili

Una startup non può permettersi le strutture bolse e verticistiche che reggono alcune grandi aziende. Morirebbe. Un eccesso di burocrazia, o un potere concentrato in poche mani, in realtà uccide anche le grandi aziende, ma lentamente, rendendo più difficile accorgersi del problema.

Certo, man mano che l’azienda cresce ha bisogno di procedure e di ruoli ben definiti. Altrimenti è il caos che precede il collasso, evento non raro in piccole aziende cresciute a ritmi vertiginosi senza un’adeguata organizzazione interna. Quando però all’interno dell’organizzazione si lotta soprattutto per mantenere lo status quo, iniziano i guai.

La startup culture può insegnarci che l’iniziativa delle persone, se orientata verso un obiettivo aziendale, è determinante per cogliere nuove opportunità e adeguarsi in fretta alle richieste del mercato.

Non c’è niente di sbagliato nel rimanere piccoli. Puoi fare grandi cose con un piccolo team.

– Jason Fried –

Come gestire il fallimento

Di fallimento ho parlato spesso in questo blog. Continuerò a farlo perché è un segno di confine tra il pensiero creativo e quello sterile. La capacità di sbagliare, convivendo con l’errore per imparare la lezione, è una delle scintille dell’innovazione.

Senza prendersi dei rischi sensati, non si può essere originali. Fail fast, fail often si dice nel mondo anglosassone delle startup. Ogni successo imprenditoriale, artistico o scientifico, è passato dal fallimento, trasformandolo in un’opportunità di crescita e perfezionamento. Spero che la storia di Brian Acton possa ispirarti. Scartato a un colloquio con Facebook nel 2009, qualche mese dopo insieme a Jan Koum fonda WhatsApp (nel 2014 acquistata dalla stessa Facebook per 19 miliardi di dollari).

Innovare a rischio zero è impossibile. Pretendere di non sbagliare nasconde solo l’incapacità di gestire un errore, portando a ricalcare strade sicure che con la creatività c’entrano poco. Il risvolto della medaglia è il fallimento fine a sé stesso, quello incosciente che crea disastri. Il “beh, c’ho provato” che non va confuso con la capacità di prendersi dei rischi ponderati, stabilendo una strategia e degli obiettivi realizzabili.

Photo credit: StartupStockPhotos.


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