Creatività in azienda: sopravvalutata o sottovalutata?

La creatività in azienda (e non solo) è una cosa seria. L’ho detto più volte in questo blog, a costo di sembrare noioso. Torno a ripeterlo perché è davvero facile cadere nella trappola del “mito della creatività”, cioè quel carrozzone di luoghi comuni che c’entrano poco con il pensiero creativo. E non credere che la preda preferita degli stereotipi sia solo il cosiddetto “uomo della strada”, il non addetto ai lavori. Succede anche nel mondo aziendale che qualcuno fraintenda. Un bel pacco di slide sottobraccio, e qualche aforisma ad effetto, possono dare false certezze.

Eliot Gattegno in Creativity is overrated, recentemente apparso su TechCrunch, parla appunto di come la creatività sia sopravvalutata da manager e dirigenti. Il rischio è dimenticarsi di quello che serve davvero in azienda, lasciandosi sedurre da sedie colorate, meeting creativi e trovate simpatiche ma inefficaci. Non solo. Un’azienda così svagata potrebbe sottovalutare il contributo dei ruoli più operativi, in apparenza meno importanti e routinari. Dico io, sarebbe come pensare che nel calcio contino soltanto gli attaccanti.

Creatività in azienda quanto basta

Mio nonno direbbe che bisogna tenere i piedi per terra. Gattegno, docente universitario, parla invece della creatività in azienda come di un investimento. E ogni investimento richiede tempo, metodo e lavoro per dare i suoi frutti. Un film della Pixar, ad esempio, viene completato in un periodo che va dai 4 ai 7 anni. Ed è chiaro che un opera così complessa non può essere improvvisata. L’estro dei creativi è importante, ma non basta. Servono un’abilità gestionale concreta e obiettivi definiti per non mandare tutto all’aria, azienda compresa.

Anche in Pixar, finiti i brainstorming, qualcuno si tira su le maniche per svolgere le attività meno cool comunque vitali per il successo aziendale. Inoltre, l’eccellenza è raggiunta attraverso il continuo aggiornamento professionale, gli investimenti in tecnologie e in nuove risorse. Tutto questo costa e va gestito. Stiamo parlando di bilanci, budget, pianificazioni, tutte cose che possono fare storcere il naso a quelli che sentono di essere artisti incompresi e selvaggi. Nelle aziende di successo, però, lo spunto creativo (sempre benvenuto e stimolato) si sviluppa su solide basi organizzative e controllo dei risultati.

Creativi vs Mediani

Quando dico mediani intendo sia le persone nella media (quelle che non pensi possano essere creative nel loro lavoro), sia i calciatori tosti che stanno a centrocampo ad aggredire le iniziative avversarie. Faccio questo parallelismo perché, in entrambi i casi, sembra che c’entrino davvero poco con la creatività. Che se ne faranno mai?

Le aziende sono piene di “mediani” che svolgono lavori preziosi restando nell’ombra. Eppure, sono importanti e possono essere creativi. Ogni lavoro, come ogni ruolo, può essere arricchito dall’innovazione.

Il management ha il dovere di riconoscere il valore di tutti i collaboratori, perché anche il compito più umile può essere determinante. Tutti partecipano alla creatività in azienda, anche se con responsabilità diverse. Il tanto sbandierato concetto di “squadra” vale molto di più delle frasi fatte che a volte circolano nelle sale riunioni. Concentrasi solo su alcune figure, in piena sbornia da mito del genio che illumina la strada di tutti, è proprio quello che succede quando si ha una visione superficiale del processo creativo.

La creatività richiede controllo

Gattegno cita uno studio che dimostra come tanto più le aziende si affidano alla creatività dei dipendenti, tanto più hanno bisogno di controllare eventuali comportamenti “disfunzionali”. Esiste, infatti, una tendenza a focalizzarsi troppo sul compito individuale a discapito dell’obiettivo comune.

E quindi evviva gli impiegati automi oppure i viscidi yes man? No, sono peggio del colera. Sono quelli che uccidono le aziende. Detto questo, dare fiducia alla creatività delle persone richiede un attento controllo degli obiettivi, dei risultati e delle effettive capacità dei collaboratori (motivazione, esperienza e competenze). Dai manager ci si aspetta che sappiano gestire la situazione, senza essere soffocanti, e dalle risorse umane che riescano a trovare e a valutare i talenti.

Parliamo di calcio (che magari odi, ma se hai letto fin qui conto sulla tua pazienza). Un club, insieme all’allenatore, ha bisogno di coprire 11 ruoli seguendo un progetto tattico più o meno definito. E, lasciando da parte le chiacchiere da bar, il trequartista non è più importante del centrale difensivo. Entrambi sono utili nella costruzione di un determinato schema di gioco. Serve una certa sensibilità per mettere insieme un gruppo di atleti che funzionino bene tra loro (doti tecniche, tattiche e caratteriali). Poi, ovvio, il gruppo va gestito nel corso della stagione.

Un discorso piuttosto complicato, come vedi, dove vince l’equilibrio tra libertà di azione e comportamenti prestabiliti. Altrimenti è il caos. Non quello poetico, ma quello reale che di solito porta sconfitte e frustrazione.

La creatività in azienda è sopravvalutata?

Dipende dalle aziende e da come la usano. Quello che succede in contesti come quelli raccontati da Gattegno è dovuto a una scarsa conoscenza di come funzioni la creatività. Certi manager si affidano a stereotipi e luoghi comuni perché non hanno altri metri di misura. O sono ostili alla creatività a prescindere, o sono a favore in modo ingenuo. Dei due atteggiamenti, non saprei dire quale sia il peggiore.

Fantasticare sul pensiero creativo può essere pericoloso per un’azienda. Soprattutto, se si arriva a stabilire un confine tra creativi e non creativi, persone di serie A e di serie B. Oppure, se ci si aggrappa a slogan vuoti in un momento di complessi cambiamenti negli scenari economici. Ci si aspetta un miracolo che non avverrà mai.

Come già detto, la creatività è una cosa seria che richiede conoscenza e competenze concrete. Così arrivano i risultati. Quando diventa una specie di opaca panacea per tutte le sfide aziendali, iniziano i problemi.


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