Fail fast: fallire in fretta, fallire bene

Fail fast, fail often dicono gli americani. Fallisci in fretta, fallisci spesso: prova subito se la tua idea funziona, così da iniziare a perfezionarla. E’ fondamentale concedersi la possibilità di sbagliare, perchè dietro a ogni errore c’è un potenziale di crescita.

Aziende, invenzioni e progetti di ogni tipo seguono infatti strade accidentate prima di arrivare al successo. Piccoli e grandi fallimenti sono una lezione importante in un percorso creativo (insegnano molto più dei successi). Non bisogna averne paura.

Bisogna però capire bene il significato di fail fast. E’ ripetuto talmente spesso, in ogni dove si parli di startup, che è facile prenderlo alla leggera. C’è una differenza enorme tra il fallimento “sano” e la catastrofe. Gli errori, per quanto utili, non vanno sottovalutati.

Fallire in fretta, fallire male

Chiunque crei qualcosa di nuovo deve prendersi dei rischi. E’ il coraggio a dividere le aziende, e le persone, mediocri da quelle brillanti. Zero rischi equivale a zero opportunità. Rischiare troppo, però, porta alla disfatta totale.

L’ottimismo cieco, diciamo pure un po’ fesso, è pericoloso. Credere nella propria idea è sacrosanto, ma superati i limiti del buon senso si entra in un campo minato. Quel sano realismo che ti permette di salvarti quando qualcosa va storto (molto più storto delle cose storte che ti aspettavi) è importante tanto quanto il coraggio di osare.

Sapere che si possono incontrare delle difficoltà è diverso da dare per scontato il fallimento. Fail fast non è un incitamento a cercare il fallimento ad ogni costo, oppure a sottovalutarlo. Prendersi un rischio significa calcolarne le conseguenze.

Fallire male è disonorevole, dove “male” significa avventurasi come degli sprovveduti verso qualcosa di estremamente pericoloso. Questo è bene ricordarlo a tutti i fallitori seriali che aprono-chiudono aziende, fregandosene di dipendenti, investitori e partner. Non è così che si fa innovazione.

Fail fast: impara la lezione in fretta

La morale del fallire in fretta è imparare dai propri errori velocemente, aggiustando in corsa la traiettoria per spingersi un passo più avanti. Davanti a un errore, si aprono due strade:

  • trovare una soluzione e proseguire
  • non trovare una soluzione e abbandonare

Quando a Thomas Edison chiesero come ci si sente a fallire 2000 volte nell’inventare una lampadina, lui diede una risposta che è entrata nella storia:

Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato millenovecento-novanta-nove modi su come non va fatta una lampadina.
– Thomas Alva Edison –

Il prodotto perfetto al primo tentativo non esiste. C’è sempre bisogno di un lungo lavoro di perfezionamento, imboccando vicoli ciechi e lunghi giri a vuoto. Fa parte del gioco. Arrendersi troppo presto sarebbe un grave errore.

La creatività e l’innovazione richiedono resilienza, cioè la capacità di persistere davanti alle difficoltà.

Non mi scoraggio perché ogni tentativo sbagliato e scartato è un altro passo avanti.
– Thomas Alva Edison –

Ogni volta che scarti un tentativo impari qualcosa di nuovo, ti avvicini sempre di più al cuore del problema. Il tuo passo in avanti è costruito su quello precedente, non è mai tempo perso. Il fallimento “sano” è quello che ti insegna qualcosa.

Se hai paura di sbagliare, mettiti il cuore in pace. Evitare di commettere degli errori ti paralizza in una ricerca della perfezione astratta. Le idee vanno sempre confrontate con la realtà e messe in discussione.

Fail fast: staccare la spina quando serve

Ho citato Edison e ti ho fatto uno spiegone sull’andare avanti. Bene, ora ti dico il contrario. No, non sono impazzito. Voglio solo mostrati l’altra faccia del fallimento.

Un errore può anche dirti in modo chiaro e tondo che la devi piantare. Stop. Hai preso una cantonata, andare avanti ti porterà solo alla rovina. Se serve tanta forza per persistere, ne serve altrettanta per fermarsi (non sto parlando di chi si arrende subito senza lottare). Dopo tanto lavoro, speranze, soldi, tempo, è durissima decidere di cambiare completamente rotta. Quando c’è di mezzo la tua autostima, restare lucidi diventa difficile.

Anche in questo caso, il fallimento è un prezioso alleato. Prima ti accorgi di essere sulla strada sbagliata, prima puoi prendere le tue contromisure. L’esperienza che hai fatto ti sarà comunque utile, soprattutto se saprai usarla per riflettere sul tuo futuro.

Vuoi un esempio? Eccone uno dei miei preferiti.

Brian Acton, fondatore di WhatsApp (l’altro socio è Jan Koum), nel 2008 viene scartato in molti colloqui, tra cui quelli sostenuti presso Twitter e Facebook. Nemmeno 6 anni dopo, il 19 febbraio 2014, sarà proprio Facebook a sborsare 19 miliardi di dollari per aggiudicarsi l’app del duo Acton-Koum.

Fallire in fretta è una tattica, non una strategia

Marc Andreessen, venture capitalist che nel suo cv ha anche la nascita di Netscape (te lo ricordi il suo browser?), in una conferenza ha detto che fallire velocemente funziona bene con le tattiche. Porta però alla catastrofe se diventa una strategia.

Cioè?

Se una tattica non funziona, puoi cambiarla con un’altra più efficace. Ma se si tratta di un obiettivo a lungo termine, difficilmente potrai sostituirlo in modo indolore. E’ importante avere un’idea chiara di dove stai andando, restando flessibile nei piccoli passi che fai per raggiungere la meta.

E il modo migliore per farlo è raccogliere continui feedback, attraverso prove ed errori. Senza spingere troppo il piede sull’acceleratore. “Serve un decennio o più per costruire qualcosa di davvero significativo” ci ricorda Andreessen.

Fail fast all’italiana

“Fail fast, fail often” racconta bene quale sia lo spirito imprenditoriale anglosassone. E noi italiani cosa ne pensiamo? Ci sforziamo di guardare al di là dell’oceano o nel nord Europa, cercando di coglierne l’attitudine a innovare, ma abbiamo mediamente una paura maledetta del fallimento (lo so che sto generalizzando, non tutti gli italiani sono così).

Messi da parte gli slogan sull’innovazione, che a inventarli non siamo secondi a nessuno, rimane la fatica a riconoscere il valore di chi si mette in gioco e tenta strade nuove. Tranne nel caso, naturalmente, in cui ottenga un successo immediato e clamoroso.

Io la vedo così:

  1. siamo un Paese che culturalmente preferisce la stabilità, non apprezzando chi ci dimostra che si può provare a fare qualcosa di diverso
  2. non essendo propensi a cambiare, ne sappiamo talmente poco che idealizziamo il cambiamento come un’autostrada a senso unico verso una condizione migliore (e che deve realizzarsi in fretta, altrimenti è di sicuro una perdita di tempo).

Detto questo, è sempre difficile fare scelte coraggiose. Le iniziali pacche sulle spalle si trasformano velocemente in sorrisi di compatimento, e poi in porte sbattute in faccia. Anche questo, fa parte del gioco.

L’equazione diventa: se sbagli, sei un fallimento (sei dai buttare via). Quando invece dovrebbe essere: se sbagli, hai fallito (puoi ricominciare). Sembra una piccola sfumatura, ma spiega gran parte della paura che proviamo nelle scelte non convenzionali. Non rischiamo per il terrore di essere ridicolizzati e messi in un angolo.

E quindi? Tra fare e non fare, meglio fare. Senza però battere la testa come falene che cercano disperatamente la luce. Il cambiamento fine a sé stesso non serve a niente. Dunque: fail fast, ma responsabilmente.


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