Fare o provare, l’atteggiamento conta

Fare qualcosa o provare a fare qualcosa, non sono solo due sfumature linguistiche di uno stesso concetto. L’atteggiamento è diverso e ti avvicina/allontana dal tuo obiettivo.

Ammetto che se dovessi stilare una lista di frasi fatte, buone per tutte le occasioni speciali in cui non si sa cosa dire ma stare zitti sembra brutto, mi giocherei “l’atteggiamento è importante” nelle prime posizioni. Però, nella sua banalità, se così può sembrare, è un concetto sacrosanto.

Storie di cavalli e di calci di rigore

Un vecchio adagio dice che un cavallo vincente lo si vede alla partenza. In altre parole, il cavallo che è convinto di farcela, senza sottovalutare gli altri, ha più possibilità di vincere.

Un altro esempio di atteggiamento: i calci di rigore. Capita abbastanza spesso che un calciatore arrivato sul dischetto con una faccia da funerale, come a dire “non vorrei essere qui, ma mi tocca”, tiri fuori dalla porta oppure consegni una mozzarella nelle braccia del portiere. Stesso risultato di chi si finge spavaldo ma poi, in realtà, gli tremano le gambe.

Tira sto benedetto pallone

Fare una cosa male è peggio di non farla del tutto, diceva mio nonno. Tornando al calcio, tirare male equivale a non tirare, o addirittura peggio. Non mi riferisco ai rigori visti durante Germania-Italia nei quarti di finale del Campionato Europeo (anche se un po’ di ispirazione per questo articolo arriva proprio da quelle sciagure sportive).

Sto parlando più in generale, attraverso una metafora sportiva che ora proseguo. Se hai deciso di presentarti al dischetto, o se comunque sei li, calcia un rigore che non lasci dei rimpianti. Tirare non è provare a tirare. E non c’entra niente il fatto che segni o che sbagli o che il portiere sia più bravo di te. Conta solo una domanda: hai tirato al massimo delle tue possibilità? Se sì, hai fatto la cosa giusta. Se no, hai buttato un’occasione. A prescindere dal risultato finale.

Non c’è provare

Yoda, il maestro Jedi di Guerre Stellari, lo dice chiaro e tondo al giovane Luke Skywalker: fare o non fare, non c’è provare. A modo suo, condensando una filosofia fitta di rimandi alla cultura orientale, fa capire al suo allievo che l’atteggiamento è importante. Se metti poca energia in quello che fai (perchè non sei convinto), e quindi ti accontenti di provarci, il tuo risultato sarà scarso.

Insomma, ci devi credere e comportarti di conseguenza. Niente vie di mezzo.

Perle di saggezza da Guerre Stellari.

Finchè resti nel mood “ci provo” hai più possibilità di cadere in ripensamenti ed esitazioni. In fondo ci stai provando, quasi come se ti stessi già preparando il terreno in caso di fallimento (che nella tua testa diventa lo scenario più probabile e inizia a roderti come un tarlo).

Quando entri in modalità “lo faccio”, ti prendi un impegno senza costruirti delle scuse. Agisci con più intensità perché sposti la tua attenzione sulle possibilità che hai di farcela. Assomiglia molto al bicchiere mezzo pieno/mezzo vuoto. Il bicchiere è sempre quello, noi poi decidiamo come vederlo.

Fare è sbagliare

La paura del fallimento porta la tua attenzione sul bicchiere mezzo vuoto. Un ragionamento plausibile come “ho già a disposizione il 50% delle risorse” diventa “mi mancano ancora il 50% delle risorse”. Sono entrambi veri, eppure rivelano due filosofie opposte. Inutile dire quale dei due atteggiamenti, a parità di condizioni, sia quello vincente.

Per trasformare il pessimismo in ottimismo, non credo che basti ripetersi la prima frase, o riformulare la seconda. La paura di fallire non si supera solo a parole, e di questo invece ne sono convinto, ma concedendosi il lusso di sbagliare. Accettando questa possibilità, credendo cioè che un errore non sia una disfatta da cui sarà impossibile rialzarsi, cambia l’atteggiamento di fondo.

Un cavallo vincente, riprendendo la metafora ippica, non si sente certo al 100% di vincere (o almeno credo, visto che non so cosa passi per la testa di un cavallo). Ammette che esiste un ventaglio di probabilità che non gli faranno tagliare il traguardo per primo. Non per questo, però, rinuncia alla corsa oppure si rassegna alla sconfitta offrendo una prestazione al di sotto delle sue chance effettive.

Piuttosto, è consapevole di essersi allenato bene e che ha dalla sua parte delle concrete possibilità di farcela. Si sente forte, ci crede e corre come un dannato. Anche se uscirà dalla pista sconfitto, dal giorno dopo tornerà a scalpitare per gettarsi in una nuova gara.

Ok, ora la smetto con i cavalli.

Fare non è pensare di fare

A un certo punto, dopo le necessarie riflessioni, si passa all’azione. Esitare è umano, e dimostra anche che non hai preso le cose troppo alla leggera. E fin qui tutto bene. La cosa che ti inchioda senza speranze, invece, è baloccarti con i tuoi progetti e poi non tirarti su le maniche per realizzarli.

Esitare va benissimo, se poi fai quello che devi fare.

– Bertolt Brecht –

Fantasticare, di per sé, non è sbagliato. Anzi, ti aiuta a pensare e ad agire per superare la banalità di una soluzione mediocre e veloce (la classica prima cosa che ti viene in mente, senza sforzi). Concentrarsi sull’esecuzione brutale di un compito, senza farsi troppe domande, toglie alla creatività la ragione di esistere.

Per fare e basta (l’abusato “just do it”) è sufficiente l’efficienza, che a volte rischia di franare in un fare senza pensare. Eseguire, stop. Il pensiero e le azioni creative hanno invece bisogno di qualcosa in più.

Se puoi sognarlo, puoi farlo.

– Walt Disney –


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